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Il contesto storico Tra i principali sostenitori della riconversione delle fabbriche di armi in Italia e in particolare in Lombardia, troviamo alcuni settori del movimento dei lavoratori e, in ambito sindacale, l’organizzazione più attenta a questo argomento è sicuramente la FIM-CISL. È attorno alle figure di alcuni esponenti del sindacalismo metalmeccanico che si sviluppò già dagli anni settanta il dibattito nel movimento operaio su garanzie di lavoro e salario in cambio della produzione di strumenti di guerra. La produzione italiana di armi si sviluppò e crebbe vertiginosamente sfruttando i mercati emergenti dei Paesi in via di sviluppo spesso caratterizzati da regimi di natura antidemocratica e dittatoriale, quali il Brasile, l’Argentina o il Sudafrica dell’apartheid. Tutto ciò si scontrava con il carattere internazionalista e pacifista di ampi settori del movimento sindacale italiano. Su questa contraddizione, ben nota nel dibattito sindacale italiano, in una intervista del 1977 a “La Stampa”, Alberto Tridente, componente della segreteria nazionale della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), dichiarava:“I lavoratori non sono più disposti né ad essere ricattati sul posto di lavoro né a farsi complici di un commercio cinico e spietato. Essi non accettano di scendere in piazza il sabato contro i governi oppressori della libertà, e di andare in fabbrica il lunedì per fornire a questi governi i mezzi per i massacri e le violenze”. A livello nazionale, il sindacato chiese al governo nel 1989, subito dopo l’unificazione tedesca e il dissolvimento del Patto di Varsavia, misure di riconversione produttiva e/o diversificazione produttiva delle fabbriche d’armi italiane per contrastare le conseguenze negative sull’occupazione. Nelle fabbriche a produzione militare, si scontrarono due correnti di pensiero all’interno del movimento sindacale: la prima si poneva come obiettivo una soluzione alla crisi dell’industria bellica da un punto di vista etico e quindi l’adesione alle proposte nazionali di riconversione e diversificazione; la seconda rifiutava un approccio etico-politico al problema “produzione militare”, richiedendo un maggior impegno per nuovi programmi di produzione militare con commesse interne e internazionali. Le due correnti attraversarono orizzontalmente tutte le organizzazioni sindacali. Il coordinamento nazionale dei delegati
delle fabbriche a
produzione bellica si confrontò per tutti gli anni
’70 e ’80 su piattaforme
orientate alla diversificazione. Nel 1988, l’Aermacchi di
Varese, sotto la
spinta di una parte del sindacato, firmò un accordo sulla
diversificazione
della produzione di un aereo, il Dornier 328, per utilizzo civile. Nel 1991, il “Comitato dei cassaintegrati Aermacchi per la pace e il diritto al lavoro” iniziò una serie di iniziative pubbliche per attirare l’attenzione sulla questione “diritto alla pace e diritto al lavoro”. Tra le iniziative va ricordata l’installazione di una roulotte in Piazza del Podestà a Varese il 16 gennaio 1991, la notte in cui iniziò la prima guerra del Golfo. Quello fu il punto di riferimento dell’intero movimento della città e della provincia contro la guerra. Attorno ai 600 cassaintegrati Aermacchi, si creò una rete di solidarietà che portò numerosi consigli comunali a chiedere interventi concreti per la riconversione del distretto industriale-militare varesino. Del problema delle fabbriche d’armi fu investita anche la Commissione lavoro della Camera e il sottosegretario al Lavoro che indicò come soluzione alla crisi dell’industria il prepensionamento dei lavoratori in esubero. Se per una parte del sindacato dell’industria a produzione militare la crisi era da risolversi con un impegno pubblico di investimenti per nuovi equipaggiamenti delle Forze Armate, di contro vi era un’altra area che attraversava il sindacato e le forze politiche e sociali che chiedeva un impegno pubblico per l’uscita governata di queste fabbriche dalla produzione militare a quella civile. |
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