Breve storia dell’industria militare italiana dalla seconda guerra mondiale fino agli anni ‘90

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L’espansione del controllo pubblico: IRI-EFIM (’60 - ’70)

La strategia interventista, nell’industria militare italiana, da parte dei governi non perseguì una “coerente politica industriale del settore” (Parazzini), bensì una mera volontà di ampliamento dell’influenza pubblica nel settore. Infatti, sono frequenti i conflitti fra aziende pubbliche, le sovrapposizioni e le duplicazioni della produzione[1]. La sola politica industriale perseguita fu il salvataggio di industrie in crisi con l’esclusivo obiettivo di mantenere inalterati i livelli occupazionali. Tutto ciò senza accenno a qualche politica industriale volta a una ristrutturazione o al risanamento economico, e tanto meno a una politica di riconversione della produzione.

La politica industriale operata dai due grandi gruppi pubblici è il risultato di una serie di condizionamenti e di interferenze da parte dei partiti e delle coalizioni di governo, sia nelle scelte degli amministratori sia nell’amministrazione delle stesse aziende. Le politiche praticate da IRI ed EFIM di espansione del controllo pubblico nei confronti dell’industria militare furono motivate esclusivamente dalla ricerca della supremazia di settore di un ente pubblico in diretta concorrenza con l’altro ente pubblico.

La situazione della proprietà delle aziende all’inizio degli anni ’70 era la seguente:

settore pubblico:

o           due grandi gruppi IRI ed EFIM,

settore privato:

o       un gruppo come Montedison che ha sia capitale privato sia pubblico (successivamente nel 1979, venduto ai privati),

o       un importante gruppo privato, la FIAT

o       un numero significativo di aziende di medie e piccole dimensioni con specifiche produzioni militari di elevata specializzazione.



[1] S. Parazzini, (1996).

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ultimo aggiornamento 15 luglio  2006

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