Breve storia dell’industria militare italiana dalla seconda guerra mondiale fino agli anni ‘90 |
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Riarmo:
ricostruzione delle Forze Armate Italiane con equipaggiamenti
gratuiti Costruzione
su licenza: riparte l’industria bellica L’espansione
del controllo pubblico: IRI-EFIM
(’60 - ’70) Collaborazioni
internazionali Leggi
“Promozionali” L’export Crollo
export Nuovo
mercato interno e la fine del Patto di Varsavia "Campione nazionale"
L'industria bellica anni '90 |
L’export Una capacità produttiva nettamente superiore al mercato interno e uno spregiudicato marketing internazionale[1], proiettano l’Italia come quarto esportatore di armi nel mondo (dati del SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute)[2]. Gli acquirenti privilegiati sono i paesi in via di sviluppo e nello specifico sono: Libia, Iran, Iraq, Turchia, Perù, Brasile e Argentina. Questi paesi poterono permettersi un riarmo massiccio grazie ad alcuni fattori, fra cui l’accesso privilegiato al credito internazionale e notevoli risorse a disposizione, derivate dall’aumento del prezzo del petrolio degli anni ’70. Le esportazioni nel decennio 1976 – 1986 hanno rappresentato all’incirca il 50% del fatturato delle imprese a produzione militare. Questo dato secondo altri autori raggiunse punte in alcuni anni dell’81% (Rapporto EFIM, 1976)[3].
Le esportazioni dell'industria militare italiana verso il terzo mondo negli anni 1970-1980[4]
[1] Vendita di armi al Sud Africa in regime di embargo sancito dall’ONU, vendita di armi ai paesi belligeranti (Oman, Marocco, Iraq, Iran), pratiche di triangolazioni e vendite illegali. M. Pianta, – G. Perani, (1991). [2] SIPRI, SIPRI Yearbook 1979, http: www.sipri.se. [3] S. Paranzini, (1996). [4] Elaborazione su fonte: Sipri Yearbook 1990, in Simoncelli, Maurizio (1994), Armi, affari, tangenti. Ascesa e declino dell’industria militare italiana tra il 1970 e il 1993, Roma, Ediesse. |
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ultimo aggiornamento 15 luglio 2006
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