Breve storia dell’industria militare italiana dalla seconda guerra mondiale fino agli anni ‘90

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All’inizio degli anni ’70 inizia un processo di ristrutturazione delle forze armate italiane, che sfocia nell’approvazione delle leggi n. 57 del 1975 (legge “promozionale” per la Marina), n. 38 (Aeronautica) e n. 372 (Esercito) del 1977. Questi strumenti straordinari per l’acquisto di materiale bellico coinvolsero, secondo le dichiarazioni del 1983 del ministro della Difesa on. Lagorio, 60 imprese per un totale di 48.000 addetti. L’acquisto di nuovi equipaggiamenti per le forze armate fu descritto anche in chiave di utilità economica generale.

Infatti già nel 1967 Salvatore Magrì, presidente di FINMECCANICA, così si espresse: “Occorre «considerare il bilancio della Difesa non soltanto come un complesso di spese strettamente militari bensì [...] anche un intervento per il progresso tecnologico» dell’industria militare italiana”[1]. Occorre ricordare che la spesa per l’acquisto di armi e di equipaggiamenti da parte del Ministero della Difesa è sempre stata sostenuta da pratiche protezionistiche.

Le politiche protezioniste furono permesse nell’ambito della Comunità Europea, e lo sono tuttora, in quanto le attività economiche connesse alla difesa sono escluse dalle competenze comunitarie.

Secondo Rossi, nel periodo ‘75-‘79, circa l’85% delle commesse militari del Ministero della Difesa andarono all’industria nazionale[2], mentre per Perani e Pianta la percentuale sale al 93%[3].  



  
[1] F. Battistelli, (1980).
[2] S. Paranzini, (1996).  
[3] Pianta, Mario – Perani, Giulio (1991), L’industria militare in Italia, CeSPI, Roma, Edizioni Associate.


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ultimo aggiornamento 15 luglio  2006

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