Breve storia dell’industria militare italiana dalla seconda guerra mondiale fino agli anni ‘90

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Nuovo mercato interno e la fine del Patto di Varsavia
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Nuovo mercato interno e la fine del Patto di Varsavia

Alla crisi dell’industria militare dovuta alla contrazione dei mercati dei Paesi in via di sviluppo[1], si cercò di rispondere con un rilancio della domanda interna ovvero con un aumento di risorse da destinare al bilancio del Ministero della Difesa per nuovi equipaggiamenti. Questa opzione, caldeggiata sia dalle imprese sia dai vertici militari, trovò alcuni ostacoli. Il principale fu la politica finanziaria dei governi italiani maggiormente orientata al vincolo di bilancio e alla riduzione del deficit del bilancio statale.

La manovra finanziaria sui bilanci militari ha avuto due cause. la prima causa risiede nell’esigenza di un contenimento della spesa pubblica; la seconda nella richiesta dell’opinione pubblica di riscuotere il “dividendo della pace”[2] con la fine del blocco militare dell’Est e dei regimi comunisti.

A una politica finanziaria di contenimento dei costi non si è affiancata una conseguente politica militare. La contraddizione italiana in politica della difesa per tutti gli anni novanta fu di lasciare inalterate le dimensioni strutturali delle Forze Armate, sia in termini di personale sia di equipaggiamenti. Le rigidità di bilancio del Ministero della Difesa per le spese di funzionamento e di personale erano percentualmente elevate così che la diminuzione di investimenti in nuovi equipaggiamenti ridimensionò l’impatto positivo sul bilancio nazionale. 


[1] F. Onida – G. Viesti, (1996).

[2] Michele Nones, “Problemi e prospettive della politica delle acquisizioni del Ministero della Difesa”, in F. Onida – G. Viesti, (1996).


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ultimo aggiornamento 16 luglio  2006

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